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Patanjali e gli 8 componenti dello Yoga - Niyama


Niyama, le osservanze personali nello Yoga


Mentre gli Yama si riferiscono ai “principi etici” con i quali ci relazioniamo agli altri all’interno della società, i Niyama costituiscono le cosiddette “osservanze personali” che ci aiutano ad affrontare il rapporto con noi stessi. 


Come per gli Yama, anche in questo caso, Patanjali introduce il concetto di Niyama all’interno del secondo libro degli Yoga Sutra: il Samadhi Pada

Infatti, Yama e Niyama sono principi strettamente correlati e spesso vengono trattati insieme poiché, per poter realmente evolvere lungo il percorso yogico, gli uni non possono e non devono escludere gli altri. 

Per comprendere la relazione fra i primi due passi dell’Ashtanga Yoga il Maestro B.K.S Iyengar utilizza la splendida metafora dell’albero:


«… Yama è la radice dell’albero dello Yoga. 

Poi viene il tronco, che si propaga ai principi del Niyama…» 

(B.K.S Iyengar – “L’Albero dello Yoga”).


La parola sanscrita Niyama può essere tradotta come “osservanze”, “prescrizioni” o “limitazioni”. 

Infatti l’etimologia deriva dal prefisso “ni” che significa “in profondità” e “yama” che vuol dire “controllare”, “gestire”, “governare”. 

Dunque i Niyama rappresentano una serie di discipline individuali che si rivolgono verso la nostra interiorità, in una prospettiva di crescita personale e spirituale. Possiamo quindi considerare i Niyama come valori e atteggiamenti esistenziali utili per migliorarci nel pieno rispetto della nostra unicità.


Scopriamo ora quali sono i 5 Niyama descritti dal Saggio Patanjali all’interno dei suoi Yoga Sutra, l’opera cardine della filosofia dello Yoga Classico:

  1. Saucha

    Il primo dei 5 Niyama si riferisce alla pratica della “pulizia”, intesa più generalmente come concetto di purificazione e “purezza”.

    Questa osservanza si riferisce all’importanza di preservare l’igiene del nostro corpo fisico internamente ed esternamente, ma anche e soprattutto di giungere ad una purificazione profonda di tutto l’Essere.


    «Per effetto della purezza si prova disgusto per le proprie membre

    e si evita il commercio con quelle altrui.

    [Si ottiene] inoltre purezza del sattva, tranquillità, un intenzionalità,

    vittoria sui sensi, attitudine alla visione del Sé»

    (Yoga Sutra, 2.40 – 2.41)


  2. Santosha

    Il secondo Niyama riguarda la “contentezza”, intesa come “appagamento” e “soddisfazione” ma anche “modestia”.

    Tale principio ci invita a gioire di ciò che siamo, di ciò che abbiamo e ci esorta a vivere una vita semplice.

    Santosha rappresenta infatti uno stato di genuina felicità, a prescindere da ciò che accade intorno a noi.


    «Per effetto della letizia si ottiene piacere senza eguale»

    (Yoga Sutra, 2.42)


    il Niyama di Santosha riguarda la sensazione di “appagamento” di “gioia incondizionata” e “soddisfazione” per noi stessi e per quello che la vita sa donarci ogni giorno…

    Attraverso questo Niyama Patanjali ci insegna ad accontentarci di ciò che siamo e di ciò che abbiamo.

    Ma devi sapere che il termine “accontentarsi” non va inteso in senso di un’accettazione passiva…  

    Dopotutto Santosha è un invito a ad accogliere la realtà con consapevolezza imparando a valorizzarne gli aspetti positivi e le opportunità che ogni esperienza ci regala.     

    Infine, lo straordinario messaggio che questo Niyama ci suggerisce è che, la vera felicità, proviene dall’interno di noi stessi ed è svincolata dagli accadimenti quotidiani.

     

  3. Tapas

    Il terzo Niyama simboleggia il concetto di “disciplina”, “ardore”,  “forza ma anche l’austerità che è necessario coltivare lungo il nostro percorso di crescita spirituale.

    Questo principio riguarda la nostra forza di volontà che ci porta anche al raggiungimento dei nostri obiettivi di vita. 


    «Per effetto dell’ascesi [si consegue] la perfezione del corpo

    e dei sensi grazie alla distruzione delle impurità»

    (Yoga Sutra, 2.43)


    Il termine sanscrito Tapas deriva dalla radice “tap” che letteralmente significa “bruciare”, vale a dire riscaldare il corpo per purificarlo.

    Dunque tale prescrizione indica il “calore ascetico” ma anche lo “zelo”, la “determinazione” e “austerità” e rappresenta il “fuoco della volontà”, “l’ardente aspirazione”. 

    Inoltre, nel percorso iniziale di crescita di uno Yogi, Tapas può voler dire, in senso stretto, autodisciplina. In questi termini, tale Niyama può essere considerato come quello “sforzo” necessario a mantenere la costanza nella pratica e, magari, a garantire la giusta motivazione per proseguire nel proprio cammino di crescita spirituale.

    Infine, è possibile interpretare il concetto filosofico di Tapas anche come “passione” e “determinazione” nel voler eliminare ogni impurità fisica, mentale ed emozionale.

     

  4. Svadhyaya

    Secondo Patanjali il quarto Niyama riguarda la lettura e lo “studio dei testi sacri”. Inoltre, questa osservanza si riferisce più generalmente allo studio individuale, ovvero alla conoscenza e alla consapevolezza di . In una sola parola ciò significa “introspezione”.


    «Per effetto della preghiera ci s’incontra con la divinità prescelta» 

    (Yoga Sutra, 2.44)


    Il termine Svadhyaya deriva dalle parole sanscrite sva” che significa “se stessi” e “adhyaya” che significa “studio” o “pratica di lettura” dei testi sacri come, ad esempio, i Veda

    Dunque tale Niyama può concretizzarsi attraverso la lettura dei testi antichi e dei grandi Maestri del passato poiché Patanjali non pone vincoli circa la scelta delle opere. 

    Inoltre per mettere in atto Svadhyaya è possibile anche dedicarsi alla recitazione dei Mantra ma, di fatto, puoi scegliere qualunque testo per il tuo studio privato.  

    Infine devi devi sapere che, questa osservanza, si riferisce più generalmente allo studio individuale, ovvero alla conoscenza e alla consapevolezza di .Pertanto mettere a frutto Svadhyaya significa lavorare di “introspezione”.


  5. Ishvara Pranidhana

    Il quinto ed ultimo  Niyama rappresenta l’abbandono ad un Essere Supremo, la capacità di “arrendersi al Divino (Ishvara).

    Nel complesso possiamo intendere tale osservanza come la capacità di affidarsi a qualcosa di più grande di noi, sia esso l’intero Creato o la Natura che ci sovrasta.


    «Per effetto della dedizione totale al Signore

    [si attinge] la perfezione dell’enstasi» 

    (Yoga Sutra, 2.45)


    Ishvara Pranidhana rappresenta quindi l’abbandono ad un Essere Supremo.In altre parole si tratta della nostra capacità di affidarci ad un Essere superiore, a qualcosa di più grande di noi che ci sovrasta, illumina e protegge. 

    Infatti lo stesso Patanjali non circoscrive il concetto di Ishvara ad una divinità specifica ma si riferisce generalmente alla fede in un Essere spirituale.Questo rappresenta un aspetto estremamente interessante poiché consente al praticante di sviluppare la propria devozione per qualunque Entità, sia essa rappresentata dall’intero Creato, dalla Natura o da una Divinità.Ciò significa che il Divino può assumere la forma che preferisci.A te sta la scelta di decidere a chi consacrare le tue azioni… 

    Infine, è bene sapere che, da un’altra prospettiva Ishvara Pranidhana può anche coincidere con “il nostro vero Sè”, vale a dire con la “Divinità che alberga in ciascuno di noi”.Pertanto, in questi termini, il Niyama di Ishvara Pranidhana rappresenta un invito a vivere con profonda intenzione il proprio dovere distaccandosi dai risultati delle proprie azioni (come prescritto dal Karma Yoga).  



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